venerdì 6 gennaio 2012


Uno dei frammenti, uno dei tanti vulgaria fragmenta di una storia.
Di un popolo, siciliano, non per scelta o per necessità, ma per piacere.
Per orgoglio, l’Orgoglio di essere Siciliani!
A.A.A. Cercasi: Diciannovenne con molte idee in testa epochi soldi in tasca, studente universitario,iscritto al primo anno della Facoltà di Lettere e Filosofia , cerca alloggio universitario aPalermo.Anche se squattrinato, comunque di sani principi e proveniente da una buona Famiglia di Racalmuto.
Proprio così, proveniente da Racalmuto , il paese conosciuto per aver dato i natali edallevato il celebre scrittore, Leonardo Sciascia.
Racalmuto, ovvero ‘lu paisi di lu Sali’.
Quello minerale che si estrae, si raffina,si impacchetta e si esporta in tutto il mondo, così come i romanzi, l’Intelligenza ed, oseremo dire, il copioso sale in Testa di cui era dotato lo scrittore del ‘Giorno della Civetta’.
Con queste credenziali, mi appropinquavo, direbbe qualche mio omonimo, dalla vis comica, Antonio De Curtis, alias il grande comico Totò, alla vita universitaria.
Mio padre, suo malgrado, a causa di un fulminante infarto, mi aveva abbandonato, quando avevo dieci anni.
Non prima avermi insegnato che, chi non lavora non mangia, oltre che come sosteneva, Adriano Celentano, chi non lavora, non fa l’amore!
Ed in più, ricordo una dei suoi ultimi consigli fu il seguente: ‘ungiti cu li miegli di tia e appizzaci li spisi’.
E’ intuibile il significato di ciò che rassegnò a mia futura memoria, mio padre.
Eravamo a cavallo degli anni Sessanta, quelli della contestazione studentesca e degli anni Settanta, quelli del Terrorismo.
Mentre un mio zio, morto poco tempo dopo mio padre, un uomo assolutamente taciturno, ogni tanto, a chi lo inondava di chiacchiere, per zittire il suo interlocutore , se ne usciva con una disarmante affermazione: ‘ricordati che io conosco, uomini e cose’.
Frase assimilabile a quella ben più famosa e resa ulteriormente celebre da Massimo Troisinel film, da lui interpretato assieme a Roberto Benigni, ‘Non ci resta che piangere’.L’impaurito Trosi, piombato a causa di un curioso sortilegio nell’anno 1492, in una scenadovette fronteggiare un insolito uccellaccio del malaugurio.Seppure in piena epoca rinascimentale, vi fu lo spazio ed il tempo di imbastire una perniciosa azione moralizzatrice, per castigare , donne, uomini e costumi.Un monaco, bigotto e puritano era stato acclamato dittatore di Firenze.Si chiamava Savonarola .Di lì a poco, lo avrebbero fatto fuori, proprio perla sua eccessiva azione tesa alla mortificazione della carne e di qualsiasi istinto umano che impediva a chiunque di godersi la vita.Un suo sodale, così come facevano tanti altri monaci, animato da lugubri e minacciosipensieri, se ne andava in giro, ripetendo in continuazione, sempre lo stesso refrain:‘Ricordati che devi morire’;tanto di indurre il povero Troisi ad un certo punto a rispondergli: ‘e mo’ me lo segno’.E quel mio zio, il fratello di mio padre, Angelo di nome e, probabilmente anche di fatto, in piena era fascista, fu licenziato, dal Comune di Racalmuto, perché antifascista!Qualcuno si segnò il suo nome e lo fece, molto civilmente, morire!In pochi conoscono questa storia, anche perché questo mio zio, non parlava quasi mai di sé stesso e delle sue vicissitudini né durante, né dopo il Ventennio Fascista.Lavorava all’Ammasso del Grano, quando il Duce, avviò, proprio quella sua famosacampagna del grano!Allora le plateali ed iconografiche immagini del regime fascista, entravano di prepotenza nell’immaginario collettivo dell’Italia fascista, grazie al cinematografo ed alle produzioni filmate del famoso Istituto Luce.Era necessario onorare quell’isolazionista teorema economico, che prevedeva, una sorta diautosufficienza, di autarchia economica.Scelta per certi versi obbligata, visto l’embargo a cui eravamo costretti, a causa della disastrosa alleanza con Hitler.Quel tragico Asse Roma-Berlino, per noi Italiani, per lo più, allora, nella quasi totalità, fascisti, produsse anche le orribili leggi razziali che, a partire dal 1938, vennero applicate anche in Italia.Deportazioni, campi di concentramento e di sterminio, in una parola: OLOCAUSTO di 6 SEI MILIONI di Ebrei, Zingari, Omosessuali, Prostitute e quant’altro doveva servire alla causa della truculenta igiene dei Popoli!Ad accompagnare queste immani tragedie della follia umana, ci furono anche delle sacrosante misure adottate dalle democrazie di allora, quella Inglese e quella Americana, in modoparticolare, per tentare di circoscrivere l’immane morbo nazi-fascista che si stava propagando in giro, per tutto il mondo.Venne così inibita la libera circolazione di merci ed uomini, con i paesi dello sciagurato Asse Roma Berlino.Hai voglia di manifestare il dissenso contro il mondo intero, da parte del nostro Duce!A torso nudo e con plastica ed immaginifica immagine di sé stesso, Benito Mussolini lo si può ancora ammirare nei filmati d’epoca, mentre circondato da centinaia di contadini, andava a mietere il grano, il grano, il grano, per come recitava una vecchia canzone.Quasi tutti quanti gli italiani, in quel periodo, o per meglio dire 39 milioni e 900 mila sui40 residenti sul suolo italico, si rivolgevano osannanti al Duce,pressappoco così : Duce, Duce, Tu sei La Luce del Nostro Cuor.Solo centomila erano gli Antifascisti censiti, buona parte di questi costretti all’esilio.Ma a quanto pare, il cuore di mio zio, batteva da qualche altra parte, tant’è che fu costretto ad abbandonare quel posto pubblico al comune di Racalmuto, perché si rifiutò di prendere la tessera del partito unico, del partito fascista!Ed indovinate un po’ chi prese il suo posto?Leonardo Sciascia!Si, proprio lui, il nostro amato scrittore dei più colti e raffinati romanzi gialli, forse mai scritti in Italia.Opere, la cui intrigante affabulazione discende dalle affascinanti atmosfere che lo scrittore di Racalmuto riesce a creare, facendo ricorso ad inimitabili sfondi e contesti storico-culturali e di sempre eterna e grandissima attualità.Ma il paradigma, fascismo-antifascismo, quando si dovette coniugare l’inclinazione di mio zio Angelo, con il posto all’ammasso del grano, si sciolse a favore di Leonardo Sciascia, anch’egli taciturno, come mio zio Angelo, del resto.Ma Sciascia, a differnza di mio zio, poteva, seppure in silenzio, vantare e far valere la parentela, di un suo zio, quello si, pienamente fascista.E di questa sua parentela, in qualche modo, egli ne approfittò, indirettamente, a spese di quel mio zio antifascista.E fu sempre allo stesso zio, che si rivolsero i suoi genitori, al momento di un altro impellente bisogno.Correva l’anno 1940, l’Italia era entrata in guerra, e Leonardo Sciascia, classe 1921, riuscì, grazie sempre a quel suo zio, a scansare il pericolosissimo servizio militare obbligatorio!Mio zio e mio padre, classe 1905 e 1902, seppure molto più attempati di Leonardo Sciascia, ed apertamente schierati contro il fascismo, un po’ più in là del mezzo del cammin dellaloro vita, furono reclutati e costretti a partire.Tutti e due, spediti, alla volta dell’avventura bellica, voluta dalla nostra osannante, ma poverissima Italia fascista.Parte di questa storiella racalmutese che riguarda, si potrebbe dire, in maniera retorica, la carne della mia carne, il sangue del mio sangue, mi è stato riferita da Felice Cavallaro, ziodel giornalista del Corriere della Sera, anch’Egli Felice. Cavallaro, si intende!All’epoca dei fatti, a dirigere l’ufficio del l’Ammasso del Grano di Racalmuto era proprio il geometra Felice Cavallaro.Non conosciamo bene l’epilogo dell’avventura bellica di mio padre e mio zio.Ma sappiamo benissimo che riuscirono, a piedi scalzi, come tanti allora, fortunatamente, a farritorno nella loro amata Racalmuto.Mio zio Angelo, quello che dovette, suo malgrado, cedere il posto di lavoro a Leonardo Sciascia,dopo lo sbarco degli Americani, avrebbe potuto gridare forte che era statoantifascista e che gli era stato tolto il posto di lavoro al Comune e che, pertanto poteva essere benissimo, reintegrato in servizio.Ma non lo fece.E non sappiamo se, per non fare un torto a Leonardo Sciascia.Preferì una scelta pienamente bucolica!Anziché curare l’ammasso del grano al Comune, il grano, assieme a tutti quanti gli altri prodotti della terra, preferì coltivarlo, nella qualità di Coltivatore Diretto!Del resto egli, assieme a mio padre ed altri 5 fratelli e sorelle, avevano comprato negli anni Venti del Novecento, sette salme di terra, ossia una tenuta di 28 ettari diterreno, a ridosso di una copiosissima fontana, ancora oggi esistente a Racalmuto, la Fontana di Li Novi Cannola.Ed indovinate chi erano i proprietari?Ma i Whitaker!Questa famosa famiglia inglese, come molti sanno, ci ha lasciato in Sicilia, parecchie vestigia architettoniche ed una manifesta e prorompente eredità oltre checulturale, anche e principalmente economica.Tanto da meritare, l’istituzione, senza timore di smentita, della più prestigiosa Fondazione Culturale dell’Isola che ha sede a Palermo, in via Dante,nella loro bellissima Villa Malfitano.Non sarà un caso, come vedremo, l’imperversare delle molteplici attività dei Whitakernella nostra isola.Essi, assieme ai tanti stranieri, presenti in Sicilia, per coglierne le sue affascinanti peculiarità, allargarono i loro ed i nostri orizzonti, oltre che economici, anche culturali.Contribuirono, enormemente a farci sentire, pensate un po’, un po’ inglesi, francesi, tedeschi, insomma un po’ artisti, intellettuali e cultori anche del nostro glorioso passato.Del resto, c’erano da sfruttare anche delle ingentissime risorse naturali, quali lo zolfo che,di lì a breve, (stiamo parlando, non dimentichiamolo, nell’Ottocento Siciliano), assieme al carbone, diventerà il motore trainante di un’intera economia europea.Proverbiali e memorabili, furono le loro particolare tecniche di coltivazione industriale, divenute patrimonio della letteratura della zolfara.Non mancarono, come anche nel resto d’Europa, le ormai proverbiali e terribili sofferenze, causate dall’altrettanto terribile sfruttamento della tenera carne di migliaia di fanciulli, di bambini, utilizzati come bestie da soma, tra i cunicoli delsottosuolo di Racalmuto, Grotte, Comitini, Villarosa o Sommatino ed di tutto il bacino solfifero, trasformato in una sorta di demoniaco Inferno in terra!Adulti e bambini, accomunati da un triste destino, quello spesso di morire o semplicemente sopravvivere dentro a delle gallerie sotterranee che si spingevano, per chilometri e chilometri ed a centinaia di metri, in profondità, sotto il livello del terreno.Sopra le miniere, in superfice delle cosiddette pirrere , ardevano i forni, con i loro mefitici fumi ed olezzi.Da quei forni, sin dentro i cosiddetti calcheroni e calcarelle, lo zolfo incandescente, colava giù.Una volta freddo, prendeva la forma di grandi panetti che venivano esportati in tutto il mondo, per essere utilizzati in agricoltura, così come nell’industria, in tutti i processi di lavorazione degli opifici industriali dell’epoca.Ma quella dello zolfo non fu una vera e propria epopea del tutto felice.Tutt’altro!Parecchie furono le tragedie umane, individuali e collettive che si consumarono!Dentro a quegli antri infernali che erano le zolfare si lavorava ad una temperatura di 40 gradi.Bambini, a partire dai sei ad i sette anni, i cosiddetti carusi e gli adulti, tutti quanti completamente nudi, lavoravano in una situazione di insana e perversa promiscuità.I più piccoli, fanciulli ed adolescenti, erano costretti , a faticare a più non posso, anche per 14 ore al giorno, sotto il peso di enormi cestoni pieni di terra e zolfo, che trasportavano fuori dalle viscere della terra.Solo i bambini , infatti, grazie alla loro piccolissima corporatura ed alle loro esili cartilagini, potevano farcela, a sgusciare fuori, in superficie, con il loro pesantissimo fardello di zolfo sulle spalle, incuneandosi tra gli strettissimi cunicoli, scavati nelle profondità della terra.Da adulti, quei carusi, erano sorretti da degli insoliti scheletri, del tutto deformati e curvilinei.Anni ed anni della loro infanzia e della loro giovinezza a carriari,a trasportare cioè sulle spalle, pesantissimi cufina, irrimediabilmente stremati dainimmaginabili ed insopportabili sofferenze.Da adulti i loro corpi erano plasmati in un modo tale da dovere incedere, deambulare, per tutto il corso della loro esistenza, con la schiena piegata in due, con il corpo, irrimediabilmente, genuflesso a 90 gradi!Quei bambini, da anziani, per giunta senza godere neanche di una misera pensione di vecchiaia, sino ai primi decenni del Novecento, incuriosivano ed intristivano chi li incontrava.Alla stregua di consumati, consunti, devastati reperti, di una terribile archeologia industriale,non più buoni ed idonei a lavorare, vagavano, da vecchi, in giro per i paesi, attendendo semplicemente lo spegnersi della loro amara esistenza.Tra stenti, fame e persino i cinici sorrisi e la cruda ed insopportabile ilarità di qualche ragazzaccio di strada che, incontrandoli, non perdeva tempo nel deriderli e sbeffeggiarli!Questo era l’estremo supplizio dei carusi, quando diventavano ‘viecchi e immiruti’.Questa fu tra Settecento, Ottocento e la prima metà del Novecento, dalle nostre parti, la nuovaevoluzione della specie umana: lo zolfataro.Dopo l’homo erectus, lo zolfataro aveva subito un sorta di processo involutivo!Si era riappropriato della conformazione scheletrica e delle sembianze del pitecantropus.Ciò che non potette la natura, lo fece l’uomo con l’immane sfruttamento del lavoro minorile!I cosiddetti ‘carriatura’, trasportatori a spalla, delle zolfare, ritornarono ad assomigliare in tutto e per tutto ai nostri progenitori meno illustri, a delle insolite specie di scimpanzé.Quei carusi, da vecchi, ciondolavano per le strade, come tanti poverissimi e sconfortati scimmioni , totalmente e talmente incurvati, tanto da essere costretti a non poter guardarein faccia i loro simili: gli umani!Furono costretti a camminare, quasi, a quattro zampe, fintanto che non si pose fine a questedisumane, per non dire altro, pratiche, di strenuo sacrificio lavorativo a cui eranoobbligati migliaia di bambini!Ma, al peggio non c’era mai fine per gli zolfatari!Meglio morire, muortu di fami, viecchiu e immirutu che finire l’esistenza da giovanissimi, a seguito di uno dei frequenti scoppi, causati dall’esalazione di un gas, anch’esso infernale ed altamente infiammabile , chiamato grisou.Gli scoppi a la pirrera , si verificavano con molta frequenza!Ed era impossibile, quando si verificava una deflagrazione, uscire vivi da quegli orribili e pericolosissimi cunicoli.Tali tragedie inducevano giustamente molti bambini ad implorare i genitori, invitandoli a non far fare loro quella che veniva definita ‘la fini di lu surci’.Ed un antico ritornello infatti recitava quanto segue: Mamma, nu mmi mannati a la pirrera ca c’è na scala cu milli scaluna: Cu sciini vivu, muortu si nn’acchiana!.Come non ricordare, a tal proposito, Ciaula scopre la Luna di Pirandello o l’Antimonio di Leonardo Sciascia.Tali tremende violazioni dei diritti umani e dell’infanzia, terminarono con la chiusura delle miniere di zolfo , negli anni Sessanta del Novecento.Una civiltà agricola, contadina, come quella siciliana, in questo modo viveva la sua triste e tragica avventura industriale!Ma in cuor suo, il Siciliano, voleva continuare a rimanere un agricoltore.Tanto da definire coltivazione il processo di lavorazione industriale dello zolfo!Tali attività industriali, comunque diedero vita a quell’irripetibile epopea dello zolfo!Quel metalloide, giallo come l’oro, produsse tanta e tale ricchezza, tanto da potereessere tranquillamente paragonato al petrolio di oggi.La Sicilia ed anche la mia Racalmuto, o se preferite, la Racalmuto di Leonardo Sciascia, di mio nonno, mio zio e di mio padre, subirono delle profonde trasformazioni, anche, perchénon dirlo, di carattere economico, sociale e culturale.Sorgono Ville e palazzi in stile liberty, ovunque, in Sicilia, grazie al genio dell’architettoBasile e dei suoi seguaci.Si costruiscono teatri, quali il Massimo ed il Politeama a Palermo, o i Regina Margherita di Caltanissetta, Agrigento e Racalmuto.Le vene di zolfo, si mescovalavano e si confondevano con quelle architettoniche, artistiche emusicali.Per fortuna, l’epopea dello zolfo, non fu solo tragedia e sofferenza.Nacque una nuova borghesia, la borghesia della zolfara o se preferite dei nuovi ricchi che contendevano il predominio, soprattutto politico, sociale e culturale, ai gabelloti di quegli immensi feudi che appartenevano a quell’ormai nobiltà decaduta,costretta a svendere tutto, per assicurarsi di che vivere.Ed i Whitaker, anche nella mia Racalmuto, coltivarono i loro interessi, sia in campo agricolo chenelle miniere di zolfo.Famoso diventò allora, dalle nostre parti, l’ingegnere inglese Gill, apprezzato, non solo peraver ideato e messo a punto un nuovo e più moderno forno, per far liquefare lozolfo, nella miniera più grande di Racalmuto, quella di Gibellini, della Gibellini Sulphur Company.L’ing. Gill, nell’Ottocento, stupiva i Racalmutesi anche con i suoi dadi vegetali.Stupore e meraviglia suscitava quell’impettito ingegnere inglese, ogni qual volta, alla stregua dello zolfo, faceva sciogliere nell’acqua bollente quei dadi.Ed era una gioia per tutti i Racalmutesi, inebriati dagli odori e gli aromi che sprigionavano quei cubetti di brodo liofilizzato, paragonate a delle pozioni magiche!I Whitaker, anche dalle mie parti, perfezionarono i metodi di lavorazione dell’argilla, delle terrecotte.Tegole e mattoni per l’edilizia, contenitori per le derrate agricole ed alimentari, qualile famose giare; questi e tanti altri ancora, erano i manufatti che venivano prodotti dagliopifici di lavorazione dell’argilla, i cosiddetti stazzuna.I Whitaker insegnarono, a mio nonno, mio padre ed ai miei zii, questo e tanto altro ancora,come ad esempio, a produrre con tecniche di ‘fertirrigazione’ del tutto naturali, ortaggi, frutta e verdura.Ci insegnarono nell’Ottocento a stoccare, smaltire e riutilizzare i rifiuti solidi urbani.In altri termini si praticava, allora, in Sicilia, una sorta di raccolta differenziata, ante litteramche consentiva, anche, di produrre, concime, il cosiddetto fumieri che veniva utilizzato per fertilizzare il terreno, interessato da coltivazioni intensive, con più di una produzioneannua.Insomma, la permanenza dei Whitaker e dei loro parenti, gli Ingham, in Sicilia, assieme ai nostriFlorio, non servì solo ad inebriarci, con quel famoso vino marsala, di cui erano abili produttori.
Infatti, una delle ragioni per cui queste famiglie inglesi si stanziarono in Sicilia è dovutaall’amore di vino!E quando parliamo di vino, ci riferiamo al fatto che gli Inglesi sono stati nell’Ottocento, grandi consumatori del portoghese vino Porto.
Avendo avuto seri problemi nell’importare quel vino dolce portoghese, grazie ai loro buoni rapporti con la Sicilia ed i Siciliani, optarono per la scelta di venire a produrre dalle nostre parti, direttamente loro stessi, un vino assolutamente identico al porto, il nostro Marsala.
Saline, tonnare, vigneti e vino, zolfare, le produzione artigianali ed ortofrutticole, ricevetteroin Sicilia quel necessario impulso, tanto che quei sagaci inglesi riuscirono anche ad affascinare mio nonno, mio padre ed i miei zii, con il loro know-how.
Tant’è che prima da affittuari e poi da proprietari, lavoravano a Racalmuto, tutti quanti nei terreni che erano stati di proprietà proprio dei Whitaker.
Sette salme di iardinu, come detto, ovvero 28 ettari di terreno coltivato a verdura, ortaggi e frutta;in più, al suo interno insistevano degli opifici per la lavorazione dell’argilla, da trasformare in terracotta.
Sempre i miei nonni, zii e mio papà, gestivano un macello comunale, oltre alla raccolta dei rifiuti solidi urbani, con muli e carretti ed il loro ecologico riutilizzo e smaltimento e non proprio, dulcis in fundo, il servizio a cavallo di pompe funebri.
Si occupavano inoltre della coltivazione del baco da seta e del cotone, producendo anche delle raffinate e pregiate stoffe.
Insomma, si potrebbe dire che si occupavano di ogni singola attività umana, dall’alimentazione, al vestiario, alla costruzione di case.
Per farla breve, accudivano ogni loro singolo concittadino, accompagnandolo sin dalla nascita, dalla culla alla bara, lungo tutto il corso della sua esistenza, con le loro molteplici attività.Si potrebbe concludere, anche con un po’ di scaramantiche considerazioni!
Di questo si occuparono nell’Ottocento e sino a tutta la prima metà del Novecento, mio nonno, mio padre ed i miei zii.
Tanto da poter vantare anche la denominazione di quella porzione di territorio di Racalmuto che, sulle cartine, spunta ancora e si chiama: Orto dei Petrotto.
Mi dispiace avere un po’ fatto il panegirico della mia famiglia, ma è giusto sottolineare che Ottocento e Novecento, in Sicilia, furono anche questo.
Nella mia Racalmuto, microcosmo di una Sicilia della zolfara, del sale e del vino Marsala.Una Sicilia in cui anche l’agricoltura e l’artigianato erano abbastanza sviluppati.
Una Sicilia che con le ingenti ricchezze prodotte, guardava lontano, con una splendida Palermo, paragonata in Europa, a Parigi.
E soprattutto una Sicilia, meta di numerosi insigni viaggiatori che si sono dedicati a riscoprirne i siti archeologici, così come la sua suggestiva storia, culturale ed umana, di altri tempi, di ogni tempo.
Una Sicilia immortalata in memorabili opere da intellettuali ed artisti di fama internazionale che, oltre che dalle vestigia archeologiche e monumentali e da quelle paesaggistiche, rimanevano fortemente affascinati dalla cultura di un popolo, una Nazione, quella siciliana, dalle millenarie tradizioni.
Tanto per citarne qualcuno a caso,Il grande poeta tedesco Goethe, l’archeologo Hardcastle, ilmusicista Wagner …e Racalmuto, nell’Ottocento, subito dopo l’Unità d’Italia, oltre alle miniere, cos’era?
Aveva un Teatro,un Ospedale, numerosi uffici Periferici dello Stato, 17 chiese e 5 cinque conventi, di epoca medievale, rinascimentale e barocca.
Due Castelli Medievali.E dentro le chiese si potevano ammirare i meravigliosi quadri di uno dei più rinomati pittori del Seicento, il manierista, denominato, Monoculus Racalmutensis, il pittore cieco di un occhio, Pietro D’Asaro.
Più semplicemente, Racalmuto la si definiva Palermu la picciula!Non fosse altro perché, le compagnie teatrali che si esibivano a Palermo, facevano anche tappa a Racalmuto, calcando le scene del teatro Regina Margherita.
Ma in tutti quanti i paesi e le città siciliane , vi fu un apprezzabile risveglio artistico -culturale,un po’ figlio della zolfara, ed un po’ anche conseguenza dei nuovi e rinnovati ideali patriottici.
Tutti quanti, anche in Sicilia, facevano a gara nel celebrare i nuovi traguardi economici raggiunti, attraverso una riconfigurazione delle nuove identità culturali.
Si visse allora una riedizione di una sorta di rinascimento artistico -culturale che trovòil modo di esprimersi in ogni singolo settore della creatività siciliana.Giovanni Verga, Luigi Pirandello, il già citato stile architettonico Liberty, di Ernesto Basile.
Ed il posto di una nobiltà decaduta, dei Gattopardi al tramonto, non crediamo fu preso esclusivamente da una borghesia terriera o della zolfara, fatta solo di iene o di sciacalli.Malgrado ciò che scrisse il nostro conterraneo, Tomasi di Lampedusa, nel suo celeberrimo romanzo, Il Gattopardo!
Soprattutto dopo l’Impresa dei Mille, in Sicilia, si fece appello ai valori dell’Unità Nazionale che produssero, anche, dei vistosi cambiamenti, in termini di nuovo erinnovato fermento culturale.

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