lunedì 14 settembre 2009

Al di là del bene e del male, infinitamente grazie.

Al di là del bene e del male, un sentitissimo grazie voglio tributare a tutti i miei concittadini che, con commovente partecipazione hanno salutato il Presidente Giorgio Napolitano, in quella che rimarrà la storica domenica del 24 maggio 2009 .


Tutti quanti, a Racalmuto, abbiamo dimostrato che, quando vogliamo, sappiamo presentarci nel migliore dei modi.

Ovviamente il solito qualcuno si macera il cervello parlando dell’ ipocrisia di un momento.

Io ho il dovere di rispondere che il sottoscritto, tutti i giorni fa a cazzotti con chiunque (si fa per dire, non fraintendetemi), per assicurare al nostro paese quegli standard di vivibilità degni di un paese civile, come noi siamo.

E lo abbiamo dimostrato in occasione della venuta del Presidente della Repubblica.

Semmai spetta a ciascuno di noi, tutti i nostri santi giorni, e non solo nelle occasioni importanti, rispettare i luoghi tanto cari Sciascia ed ora anche a Napolitano.

Racalmuto è un patrimonio che dobbiamo tenerci caro, continuando ad essere, sempre e comunque, disciplinati, come lo siamo stati in quei giorni in cui, ci siamo preparati per quella grande festa civile.

Permettetemi di ringraziare in modo particolare sua Eccellenza il Prefetto di Agrigento, Umberto Postiglione, tutti i Comandi provinciali delle Forze dell’Ordine che hanno cooperato, tutti quanti, brillantemente, con i Vigili Urbani di Racalmuto, coordinati dal comandante Diego Morreale e con la Caserma dei Carabinieri di Racalmuto, retta dal maresciallo Alessandro Costa.

Ringrazio inoltre tutto il personale impegnato in quei frenetici giorni, i volontari, gli addetti al cerimoniale ed alla sicurezza del Presidente della Repubblica, Il Presidente della Regione Raffaele Lombardo e la sua Giunta, il Ministro della Giustizia Angelino Alfano, tutti i parlamentari presenti, l’Arcivescovo di Agrigento Monsignor Francesco Montenegro, tutti i dipendenti comunali, precari e di ruolo.

E’ ovvio che naturalmente il ringraziamento va esteso alla famiglia Sciascia, a tutto il Consiglio di Amministrazione della Fondazione, con Aldo Scimè e Nino Catalano in testa, il direttore letterario Antonio Di Grado, il Consiglio Comunale e l’Amministrazione da me presieduta.

Ringrazio il paese tutto che, ne siamo certi, ricorderà, a futura memoria quel memorabile giorno.

E la memoria avrà senz’altro un futuro, in questo, come in pochi casi.

E’ stato proprio l’omaggio del Presidente Napolitano a Leonardo Sciascia, a farci rinsavire un po’ tutti, a dimostrarci che i grandi uomini ed i grandi valori, li possiamo incontrare tranquillamente lungo il nostro cammino.

La vera scommessa è però quella di far tesoro di questi ideali ricongiungimenti affettivi e sentimentali, nel coniugare a dovere il nostro vivere quotidiano, per uniformarci a ciò che qualcuno chiama diritto di cittadinanza, o senso dello Stato.

E ciò è avvenuto a Racalmuto, proprio perché lo Stato, nella sua massima espressione, con la sua più alta carica istituzionale, il Presidente Napolitano, ha passeggiato assieme a noi, assieme a Leonardo Sciascia.

Da questi fortunati e memorabili incontri di coscienze civili, parte il nostro vero riscatto, sociale,culturale ed anche economico.

Solo così, senza scetticismo o vana retorica, con i piedi ben piantati nel fertile terreno delle positive consonanze morali, civili ed istituzionali, si costruisce il nostro futuro, inizia il vero riscatto di un popolo.

In questo benedetto momento, questo popolo è la Regalpetra di Sciascia, è la Racalmuto che io con orgoglio e grandi spinte emotive, rappresento.

E Racalmuto è presente ovunque nel mondo, grazie alle traduzioni ed alla diffusione in oltre 20 lingue di tutti i libri di Sciascia.

Tra l’altro non c’è romanzo o saggio di Sciascia in cui non viene evocata o citata Racalmuto, che per lui rappresentava la materia vivente, dove albergava quel genius-loci che, nella sua produzione intellettuale lo ha segnato assai profondamente. Si potrebbe affermare che la sua Regalpetra, la nostra Racalmuto, era veramente la metafora del mondo: sceneggiatura, scenografia, insegnamento morale e civile, una vera e propria filosofia di vita.

Tutto quanto trasfuso nella sua produzione letteraria.

Erano tutti questi gli elementi del contesto epistemologico sciasciano.

Da Racalmuto inizia, a Racalmuto continua, a Racalmuto ha voluto riposare per sempre.

Chi non ha notato quando Egli era in mezzo a noi il suo discreto ed illuminante incedere tra uomini e cose di Racalmuto?

Il suo pensiero ermeneutico e le sue concezioni estetiche ,la visione prospettica da un punto di vista, da un punto d’ osservazione qual’era ed è Racalmuto e la sua storia, in un mondo che è spesso prigioniero di imbecilli e/o megalomani, doveva essere veramente un imperdibile spettacolo di vita vera.





Quella sequela di luoghi e personaggi hanno atteso per secoli, il Maestro Sciascia, perchè li facesse vivere, urbi et orbi.

I Racalmutesi con Sciascia improvvisamente sono diventati, illuministicamente parlando, cittadini del mondo, proiettati in una dimensione universale. quella fortemente ammaliante e spritualmente appagante ed eccelsa della letteratura, con le sue trasposizioni teatrali e cinematografiche.

. Ci riferiamo alle numerosissime memorabili pagine dedicate da Sciascia alle storie ed alle leggende, alle tradizioni, alla pittura per esempio.

Basti citarne uno per tutti, Pietro D’Asaro, il Monocolo di Racalmuto, uno dei più grandi pittori manieristi siciliani, di scuola fiamminga e caravaggesca, per il quale proprio Leonardo Sciascia nel 1984 promosse una indimenticabile mostra che calamitò l’attenzione di decine di migliaia di visitatori.

Quante fotografie sono state scattate dai maggiori fotografi italiani e stranieri, aventi per soggetti Sciascia e Racalmuto? Non si contano più.

Uno spazio, enorme, incommensurabile della sua memoria storica e letteraria, nelle sue opere, è stato interamente riservato a Racalmuto, alle parrocchie, per l’appunto, di Regalpetra-Racalmuto, alla musica, quella della banda di Racalmuto o del suo amico, il grande tenore racalmutese Luigi Infantino, al teatro Regina Margherita.

Per non citare il martire più illustre della triste storia dell’inquisizione, Fra Diego La Matina.

A questo Racalmutese rinominato ‘uomo di tenace cocetto’, Sciascia dedica un intero libro-inchiesta per dimostrare forse che, anche nel ‘600, in onore dell’unico valore estremo, quello della vita, contro ogni tipo di morte.

I Racalmutesi, come ben si può notare, anche storicamente, non si facevano scrupoli di carattere dogmatico.

Di fronte ad una condanna a morte, certa, quel frate racalmutese, ritenuto eretico, riuscì ad uccidere con le manette ai polsi il proprio inquisitore prima di essere arso vivo nella Palermo degli auto da fè, spettacoli tragici e truculenti che si concludevano con il falò della vittima predestinata per motivi vari che, nulla avevano a che fare con la giustizia, quella vera o il nostro Stato di Diritto.

Si tratta dell’ unico caso, quello di Fra Diego da Racalmuto, nella storia delle diecimila donne, ritenute streghe, uomini ritenuti stregoni che contempla l’uccisione dell’inquisitore.

La vittima che riesce ad uccidere il proprio carnefice!

Una bella soddisfazione per chi è condannato a morte: quella di uccidere qualche istante prima il proprio boia!

L’ammirazione per questo personaggio, da parte di Sciascia era immensa.

Fra Diego tra l’altro, è stato anche il protagonista di un romanzo, scritto dall’autore del libro ‘I Beati Paoli’, di Luigi Natoli.

Purtroppo quel fascistissimo detto: ‘boia a chi molla’, nel caso di Fra Diego La Matina, non ha funzionato.

Egli non ha mollato sino alla morte, ma ha trovato un altro boia a cacciarlo in mezzo alle fiamme.

Il senso è che, malgrado il l’infausto, deprecabile e sciagurato significato della parola boia, di boia non ne mancavano nel ‘600. Forse non ne mancano neanche adesso.

I boia, purtroppo non mollano mai!

Si trova sempre un boia disponibile a prestarsi per uccidere chi la pensa diversamente.

Magari oggi viene inflitta soltanto, si fa per dire, la morte civile e morale, come fa qualcuno nei siti internet, puntando il dito contro qualche eretico, garantendogli una vergognosa gogna mediatica, nel tentativo di arrostirlo col fuoco della menzogna e della malvagità..

Tanta era l’ammirazione nei confronti di Fra Diego che alla fine degli anni ’80, Leonardo Sciascia, nell’aula consiliare del comune di Racalmuto, all’atto di creare la Fondazione a lui dedicata, propose addirittura di intitolarla a Fra Diego La Matina pronunciando la seguente frase: ‘così eretico lui ed eretico io’.

Quanto ‘tempo letterario’ è stato riservato, sempre da Sciascia, alle feste religiose od all’arte culinaria ed a quell’amore di-vino che piacevolmente inebria le menti ed i cuori e ci fa stare bene in compagnia.

Senza esagerazione o blasfemia, pensavamo a quel rosso della Noce, del luogo delle affinità elettive per eccellenza che prediligeva Leonardo Sciascia, dove la suggestiva campagna racalmutese si offrì allo scrittore quale scrigno, vaso di pandora, da dove potette attingere, immaginifiche suggestioni letterarie.



Quest’anno in modo particolare, a distanza di vent’anni dalla sua prematura scomparsa, non si contano i convegni e le celebrazioni che riguardano il nostro Sciascia, veramente ovunque, oltre che in Italia: dall’Olanda alla Germania, alla Francia , alla Spagna, al Belgio, agli Stati Uniti all’Argentina, al Giappone, persino in Vietnam.

Che si vuole più dalla vita?

Al meglio ed al peggio non c’è mai fine.

Le descrizioni fin qui elencate, il ragionamento che ho tentato di portare avanti, malgrado l’odioso discredito di qualcuno, visibilmente tormentato e contrariato, sono fatti e non solo vacue parole in libertà.

Questa è la nostra situazione.

Fin qui in due anni siamo riusciti ad aumentare notevolmente l’interesse per Racalmuto ed i suoi abitanti, comprese attività commerciali e turistico-culturale ed imprenditoriale in genere..

Qualcosa in più avremmo voluto fare per la più grande produzione agricola di Racalmuto, il nostro nero d’avola.

Ma il caso cantina lo conoscono bene i viticultori associati che devono subire l’onta di una svendita del vino sfuso che ha contribuito ad impoverire il nostro territorio.

Si preferisce non imbottigliare e far morire di fame i nostri agricoltori, quando il nostro vino potrebbe essere venduto almeno il doppio dell’attuale prezzo.

Chiedetelo al presidente della cantina che in quanto a capacità e trasparenza non lo batte nessuno.

Di solito si dice ‘un si sapi dunni si perdi l’acqua’.

Nel nostro caso potremmo dire invece che :’si sapi dunni si perdi lu vinu.’

A perdersi è anche il lavoro dei poveri contadini.

Ogni annata che passa, malgrado il nostro nero d’avola venga imbottigliato altrove e venduto a caro prezzo, per i Racalmutesi è solo fatica sprecata.

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