Risposta a delle spontanee domande che mi sono state poste da un regista ed un critico, entrambi svizzeri e che stanno per girare a Racalmuto un film su Sciascia e Pasolini.
I due elvetici si chiedevano come mai il nostro paesaggio, i nostri paesi e le nostre città sono bersagliati da scheletri in muratura, palazzoni ed opere pubbliche incomplete da, ormai decenni, buone solo a far bruttissima mostra di sé e nient’altro.
Nel rispondere ai vostri quesiti, vorrei uscirmene con una battuta, per stigmatizzare questo nuovo stile architettonico tutto meridionale o se preferite, tutto siciliano che io, tempo fa, battezzai col nome: NON FINITO SICILIANO.
Al di là della boutade, la realtà è che molti centri abitati e non solo le campagne, pullulano di bruttissimi scheletri architettonici, semplicemente perché abbiamo assistito a ciò che Goya o Borges, avrebbero invece decodificato come un lunghissimo sonno della ragione che come si sa, genera mostri.
E da noi, in Sicilia, non ci siamo limitati soltanto a questo genere di mostruosità.
Il disordinato ciclo del calcestruzzo o del cosiddetto movimento terra, ha contribuito ad arricchire sicuramente le imprese mafiose, tutte concentrate attorno a questa idea fissa di ricchezza spesso completamente illecita.
Con una sapiente illustrazione letteraria e poi cinematografica, se vogliamo proprio riferirci a Leonardo Sciascia, credo che il GIORNO DELLA CIVETTA è emblematico in tal senso.
Pensate che ancora adesso a Racalmuto, appena nomino quella, si fa per dire, favolosa epopea del calcestruzzo degli anni Settanta ed ancor di più, trascinatasi negli anni Ottanta, professionisti, imprese e politici dell’epoca, saltano in aria.
C’è stato uno stretto connubio tra chi, con la logica del lasciar fare, favoriva le imprese e gli impianti di calcestruzzo in mano, per lo più, della mafia.
L’attuale assessore regionale all’industria, Marco Venturi che è stato tra l’altro mio compagno di scuola, ha contribuito in maniera determinante, da vicepresidente di Confindustria Sicilia, a svelare assieme a qualche magistrato, quale Nicolò Marino, questa faccenda del calcestruzzo depotenziato.
Il Venturi ha potuto fare ciò perché, tra l’altro era ed è titolare di un’azienda che testa la resistenza dei calcestruzzi.
Come vedete, la faccenda sembra complicata ma è assai semplice.
Se ci riferiamo invece agli investimenti privati, a quei palazzoni incompleti e senza alcun valore che affollano interi paesi come Gela o nell’agrigentino, Favara o Palma di Montechiaro e molti altri centri, nonché agli scheletri disseminati nelle campagne, dobbiamo concludere che abbiamo assistito ed in parte ancora assistiamo, ad uno scellerato connubio tra due follie.
E’ stato celebrato, il più delle volte inconsapevolmente, un finto matrimonio di convenienza tra chi pensava di far un buon affare, investendo in maniera disordinata e disarmonica nell’edilizia e le imprese mafiose, alle quali poco importava cosa si faceva, ma per loro era importante inondare la Sicilia di calcestruzzo.
Ed è stato così che una sorta di colata, simile a quella dell’Etna, si è abbattuta sulla Sicilia, coprendo ogni velleità di sviluppo sotto il peso di una montagna di cemento, più o meno disarmato.
Se volevate una spiegazione logica di ciò che avvenuto al Sud ed in Sicilia, in modo particolare, devo concludere che di logico c’è ben poco, se non che tutti quanti, noi Siciliani, abbiamo fatto un cattivo affare.
I mafiosi sono stati quasi tutti quanti arrestati, i loro beni sequestrati e confiscati.
Le poche imprese che ancora resistono sono strangolate dai debiti, dalle banche usurarie.
Tutti quanti noi Siciliani ci ritroviamo, come si suole dire ‘cu na mani davanti ed una darrié’. Cioè nudi, più affamati di prima e soprattutto più sottosviluppati.
Siamo ridotti cioé con una mano davanti ed una messa dietro, a coprire le nostre ‘vergogne’ o i nostri vanti, se preferite.
Quando si dice che il cemento porta solo povertà, volendo estremizzare il concetto relativo a quanto è avvenuto in Sicilia, dobbiamo rimarcare che buttare i soldi in intraprese del genere, ha reso la nostra terra non solo più brutta e piena schifezze, peraltro mai completate, ma ci ha fatto sprofondare in una povertà per la quale difficilmente si può trovare rimedio.
Tranne che le stesse ruspe devastatrici, già utilizzate per preparare il terreno a degli investimenti del tutto sbagliati e che hanno deturpato un intero Mezzogiorno d’Italia, non vengono stavolta utilizzate per un’opera di redenzione urbanistica, per radere al suolo quelle centinaia di migliaia di fabbricati che offendono, non solo le nostre città ed il nostro paesaggio, ma anche quella presunta intelligenza dei Meridionali.
Siamo stati così imbecilli da investire in fabbricati che oggi non valgono niente.
Se a Favara o nella mia vicina Grotte volete comprare un intero palazzo di tre piani, con poco più di centomila euro quel palazzo è vostro.
Magari per costruirlo e lasciarlo incompleto sono stati spesi più di trecentomila euro.
Tutti pensavano di avventurarsi in delle remunerative speculazioni economiche.
Ed invece queste costruzioni più o meno selvagge ed abusive, si sono rivelate una vera e propria tomba per il futuro del Sud dell’Italia.
Come ho avuto modo di sottolineare non si è trattato di solo mafia, ma di tanta imbecillità collettiva che ci ha fatto per un attimo prefigurare scenari di facile arricchimento.
Poi, sono finiti i soldi, le rimesse degli emigranti, i proventi illeciti della mafia, e quegli scheletri, quegli obbrobriosi palazzoni, quelle numerosissime opere pubbliche inutili, sono rimaste lì, in attesa che qualcuno trovi i soldi per rimuoverle o per buttarle giù.
Nella maggior parte di queste scellerate costruzioni, ci vorrebbe, per completarli, almeno il triplo dei soldi che sono stati spesi per portarli allo stadio che vedete.
Ma siccome i soldi sono irrimediabilmente finiti, visto che ormai si riesce solo a sopravvivere, credo che se non c’è un intervento pubblico, stavolta serio, che riesca a riconvertire tutto questo patrimonio edilizio del tutto sprecato ed inutilizzato, una sorta di piano Marshall per l’edilizia al Sud, per intenderci, difficilmente vedremo scomparire queste brutture che tanto male hanno fatto, in modo particolare a noi Siciliani.
Altrimenti dovremmo dire grazie, paradossalmente, proprio al cosiddetto calcestruzzo depotenziato.
Solo lui ci salverà!
Una volta constatato che tutti queste centinaia di migliaia di fabbricati, non sono in grado di reggersi in piedi, sarà necessario procedere con una sorta di obbligatoria demolizione di massa.
Il caso ospedale di Agrigento ci ha dimostrato che ciò è possibile.
Se la Procura della Repubblica ritiene o riterrà, (vedremo gli sviluppi futuri a seguito delle ultime vicende giudiziarie) necessario far sgomberare e demolire persino l’unico ospedale che ha la città capoluogo di provincia di Agrigento, credo che a maggior ragione si dovrà procedere nella demolizione e nel risanamento di interi paesi e campagne.
Purtroppo in Sicilia siamo stati colpiti da un’insana frenesia edilizia che non ha prodotto più gli stili architettonici simili a quelli del passato, come quello greco, ad esempio od ellenistico- romano, oppure arabo-normanno, svevo, romanico, gotico, plateresco, o se preferite, barocco, rococò, neoclassico o liberty.
No!
Nella seconda metà del Novecento al Sud Italia, in particolar modo la nostra eccellenza urbanistica è coincisa, come dicevo all’inizio, con uno stile tutto nostro, che abbiamo tentato di esportare ovunque, il NON FINITO SICILIANO.
Bisogna inoltre sottolineare che l’enorme flusso di denaro investito in queste costruzioni incomplete, era anche il guadagno, più o meno lecito che molti imprenditori realizzavano con gli appalti pubblici le cui gare, erano spesso truccate ed i cui progetti servivano solo a giustificare una spesa e non realizzare realmente un’opera utile al territorio.
L’impresa edile inizialmente si aggiudicava, meglio se spalleggiata dalla mafia od essa stessa era mafiosa, con una gara regolarmente, truccata, un primo lotto ad esempio di un lavoro pubblico di 1 miliardo di vecchie lire.
Poi, con una serie di varianti che venivano chiamate suppletive, cioè che si aggiungevano artificiosamente e solo successivamente, si poteva arrivare a dieci, venti o trenta miliardi.
Come dire che io partecipo ad un concorso per bidello in un’università e poi senza averne titolo e con leggi che mi faccio fare in corso d’opera, divento immediatamente docente universitario o magari il rettore proprio dell’Università.
I rettori, comunque di questa università dell’edilizia mafiosa a Palermo, magari si chiamavano Vito Ciancimino, ad Agrigento è presto ancora per fare i nomi, perché in molti ancora sono legati affettivamente a questo genere di sedicenti imprenditori ed a chi ne ha ereditato fortune e disgrazie.
Pensate che si contavano a migliaia, in Sicilia le imprese che partecipavano a questo cartello che truccava le gare e si aggiudicava gli appalti miliardari.
Nel solo paese di Favara, con i suoi poco più di trentamila abitanti, si contavano oltre seicento imprese che operavano con questi sistemi non solo in Sicilia ma anche nel resto d’Italia.
La provenienza del denaro necessario per alimentare questo perverso sistema di appalti pubblici, chiaramente è da ricercare nei prestiti che lo Stato Italiano contraeva con i suoi cittadini che si chiamavano ad esempio B.O.T. (Buoni Ordinari del Tesoro) .
Funzionava così: lo Stato garantiva ai risparmiatori rendimenti dei titoli che emetteva di gran lunga superiori alle banche private. La gente era invogliata così ad investire nei titoli di Stato che superavano a volte di gran lunga il rendimento del 20% annuo.
Quale altra attività di investimento avrebbe potuto far guadagnare di più a persone che si limitavano del resto a tenere dei capitali immobilizzati magari per dei brevissimi periodi
Una volta che i vari Andreotti, Craxi e Forlani scendevano al Sud ed i Sicilia, con i forzieri dello Stato stracolmi di soldi o, secondo i punti di vista di debiti, reinvestivano questa grande ed ingente massa di danaro rastrellata in fretta e furia tra i risparmiatori.
E che tipo di facile investimento si promuoveva nel Meridione
Ma proprio quelle cattedrali nel deserto che potete ancora oggi ammirare.
Anzi più inutile e soprattutto imboscata nelle campagne era l’opera da realizzare e meglio era.
Sarebbe stato un disastro se l’opera poi doveva essere funzionale, servire a qualcosa cioè.
Era meglio progettare e realizzare consolidamenti e cementificazioni di alvei, torrenti, palificazioni con opere che non si vedono e perciò non si possono controllare, proprio perché sotterrate, ‘mpussunati’ si direbbe in siciliano.
Se qualche curioso se ne accorgeva di questa o quella opera assolutamente inutile o dannosa per il territorio e buona solo a giustificare una frode allo Stato, ed allora si ricorreva alle maniere forti.
Chi si opponeva a questo sistema di appalti, come fece ad esempio il presidente della Regione Pier Santi Mattarella o l’esponente di punta dell’opposizione, Pio La Torre, veniva semplicemente ucciso.
Nessuno doveva ficcare il naso negli affari che erano non solo di Cosa Nostra ma che interessavano una miriade di grandi, piccole e medie imprese siciliane e non, coinvolte in un vertiginoso giro di soldi che viaggiavano verso tutte le direzioni, comprese quelle numerose e devastanti case mostruose, realizzate anche con i proventi di questo sistema basato su un esplicito accordo tra stato ed antistato.
E guai a far saltare questo accordo.
Era meglio far finta di non vedere nulla.
In Sicilia si dice ‘uocchiu can un vidi cori can un doli’.
Anche perché a dolere non sarebbe stato soltanto il cuore.
Quante vittime ha mietuto questo patto scellerato.
Prima a saltare in aria furono i corpi di decine e decine servitori dello stato, uomini politici, giornalisti, cittadini comuni e mafiosi.
Alla fine saltò in aria l’intero sistema.
A la squagliata di la nivi si vittiru li purtusa.
E che buchi provocò questo sistema lo sperimentiamo ancora oggi, con il debito pubblico che l’Italia intera si ritrova.
Quando cioè l’inflazione cominciò a salire di pari passo con gli interessi garantiti sui titoli di Stato, mangiandosi tutti gli interessi attivi che pensavano di aver maturato tutti quanti i risparmiatori, agli inizi degli anni Novanta, tale sistema, chiamato altrimenti anche Prima Repubblica, mostrò il suo vero volto, qualcuno gli fece buttare giù la maschera e crollò più o meno definitivamente.
Si avviò una fase di transizione che ancora perdura.
Ma il debito pubblico continua a salire sempre, vertiginosamente.
E’ questa l’Italia che ci ritroviamo oggi.
Piena di debiti, scoraggiata e devastata.
Morale della storia, per chiuderla momentaneamente qua, ancora n’ammaripigliari .
Ancora cioè ci affanniamo inutilmente a cercare ricette istituzionali, parlando sempre a vanvera di riforme, quando l’unica riforma di cui abbiamo bisogna è quella di iniziare a fare sul serio ed a fare soprattutto le cose per bene, ad iniziare proprio dalle nostre case, di quegli obbrobri che hanno destato la vostra legittima curiosità.
Vi siete chieste ma a che cosa serve o è servito tutto questo schifo!
A niente aggiungo io.
Ci siamo prestati tra di noi e lo Stato un sacco di soldi e poi abbiamo perso tutto alla roulette del non finito siciliano.
Ora non sappiamo più che pesci prendere, visto che abbiamo buttato in mare l’amo con tutta l’esca che avevamo a disposizione.
Tutto quello che abbiamo provato a fare è sotto gli occhi di tutti.
E nessuno potrà dire che non ci abbiamo provato!
E’ andata male, purtroppo!
Volevamo stupire il mondo con la nostra genialità sicula ed invece lo abbiamo soltanto fatto inorridire con le nostre brutture.
Salvatore Petrotto
Sindaco di Racalmuto
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